recensione polemica di un libro “intoccabile” per molto backpacker

Se parliamo di un libro su queste pagine è perché ce ne siamo innamorati. Ma diversamente da molti altri, abbiamo qualche riserva e non lo amiamo incondizionatamente. Scrivere di Shantaram non è né originale né tantomeno “colto”, perché del volumone (oltre 1000 pagine) di Gregory David Roberts si trovano centinaia di recensioni sia online che offline. Quasi sempre ne vengono sottolineati gli innumerevoli pregi e quasi mai si evidenziano i tanti difetti. Questione numero uno: si può amare, davvero, il libro senza essere mai stati in India? Per andare avanti dobbiamo per forza tornare un attimo indietro e scrivere due righe di trama, senza le quali è difficile capire il discorso che stiamo facendo: “India, inizio anni ’80. Robert arriva a Bombay come fuggiasco, dopo essere evaso da un carcere di massima sicurezza in Australia. La megalopoli gli “garantisce” anonimato proprio per il suo essere enorme, caotica, priva di regole. Inizia a vivere in una baraccopoli, poi si avvicina alla malavita organizzata. Nel frattempo però si innamora follemente del paese che lo sta ospitando. Tra una malefatta e l’altra si ritrova addirittura in Afghanistan a combattere una guerra di cui sa davvero poco”.




Lo hanno definito un romanzo dall’afflato epico e di ampissimo respiro, ma a noi questo grandeur non interessa. Vogliamo concentrarci sull’aspetto privato e intimo che colpisce sia il lettore e del protagonista. Quelle minuziose e dettagliate descrizioni di colori, odori, situazioni e personaggi a cui si abbandona lo scrittore possono essere colte realmente solo se si è vissuta l’India. Non è una posizione snob, ma è un dato di fatto: molte situazioni e particolari potrebbero altrimenti risultare artefatti, finti e forzati a chi non ha mai assaporato il paese. E non parliamo di un turismo mordi e fuggi, ma di una lunga permanenza che permette di andare oltre al frenesia del viaggio e abbandonarsi alle sensazioni.

E se questo è il pù grande pregio del libro, collegato a esso troviamo anche il suo maggiore difetto. Cosa di cui solitamente non si parla, perché Shantaram è entrato nell’olimpo dei “libri da viaggio” (e non “di viaggio”), il capolavoro che ogni backpacker non può fare a meno di leggere. Per quanto Gregory David Roberts sia misurato nel tratteggiare personaggi e situazioni, che come già sottolineato appaiono ridondanti solo se non si conosce il paese, l’India, la stessa cosa non si può dire per lo sviluppo narrativo del libro: parlare esclusivamente di trama è sbagliato, perché Shantaram è più uno slice of life, un’opera che fotografa alcuni anni della vita di una persona. Ma nel farlo è la frenesia di raccontare tutto e di più, di non fermarsi a riflettere, di affastellare situazioni senza soluzione di continuità. A Robert ne succedono di tutti i colori, pagina dopo pagina, e all’inizio questa velocità narrativa è assolutamente positiva e spinge il lettore a divorare tutta la prima parte del romanzo. Poi ci rende conto che questo lavoro per accumulo è forzato e figlio della mancanza di un’idea forte che leghi le diverse fasi del libro. O meglio, l’idea, fortissima, c’è ma è relegata sullo sfondo, nell’affascinante quanto minuziosa e perfetta cesellatura dell’ambientazione indiana. Le disavventure produttive ed editoriali che ha avuto il volume (e qui ci fermiamo, non entriamo nella boutade tra chi lo definisce un romanzo autobiografico e chi crede sia largamente un’opera di finzione) hanno influito fortemente su Shantaram, negandogli il preziosissimo lavoro di un editor che mettesse ordine a una serie infinita di idee ben sviluppate, ma probabilmente eccessivamente slegate l’una dall’altra.

Se cercate un parere meno di parte vi rimandiamo alla puntuale recensione di Margherita Sarno su Libripdf.com: noi ci prepariamo alla pioggia di insulti degli ultras  di Shantaram, talmente tanto innamorati del libro da non aver, magari, neanche mai sentito parlare del suo seguito…

Share: